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giovedì 14 novembre 2013

In the mood for...



Bentornata voglia di cucinare. Mi avevi abbandonata per un po’, forse in cerca di qualcuno che ti desse più attenzione. Devi perdonarmi, ma non sono mai stata capace di cucinare a comando. Forse è per quello che mi trattengo dal volerne fare un lavoro. Anche se un ristorantino piccolo…con pochi coperti ed una sola stanza, intima, arredata con i materiali di recupero che tanto amo. Vabbè, un altro sogno nel cassetto ci può stare, anche se mi accorgo che quel cassetto cresce, invece di svuotarsi si fa più capiente col passare degli anni, perché oltre alle cose non riesco a buttare nemmeno i sogni. Li metto in fila, come perle di  una vecchia collana che diventa più lunga col tempo e ormai ci posso fare tanti giri. 

Bentornata curiosità. Senza di te non vivrei allo stesso modo. Non scriverei e nemmeno cucinerei allo stesso modo. Perché per me non c’è cucina senza racconto. Né ricerca, né senso. Devo sempre mettere una storia sotto il piatto. Perché mangiare è uno dei più grandi atti di consapevolezza dell’esistere, e ancora mi stupisco che qualcuno (molti) lo facciano inavvertitamente. Il cibo entra in noi, letteralmente. Lo assimiliamo, lo assorbiamo. Com’è possibile non tentare di conoscerlo, capirlo, amarlo?

Bentornata voglia di sperimentare. Perché tra un piatto della tradizione e uno della fantasia, c’è sempre quel viaggio unico e personale che puoi decidere di fare, per trovare il tuo linguaggio, il tuo modo di esprimerti e di riconoscerti, comunicando con sapori e immaginazione. Senza l’esperimento non ci sarebbe esercizio, pratica, affinamento, evoluzione. Alla fine tutto è parte di un ciclo con cui abbiamo solo due modi di interagire, in modo profondo oppure distaccato. Tutto dipende da noi.

Bentornata energia creativa. Mi sei stata utile altrove, in quel soffio d’estate dove abbiamo liberato una zavorra di calcoli perversi finalmente smascherati. Mi hai cullato e nutrito e lavato, come un bambino che torna a casa in lacrime, ginocchia sbucciate e una lezione in tasca  da ricordare. Ora sei di nuovo qui, fra me e Margot, io con un mestolo in mano e buffe mollette fra i capelli, lei accoccolata tra i cuscini di quella adorabile stoffa fuori moda, trovata in un mercatino di mille anni fa.
Io che annuso questo profumo delizioso di bacche rosa pestate al mortaio e penso che potrei non stancarmene mai. Lei che mi racconta dei suoi strambi progetti che certo diventeranno anche i miei.


Le consistenze si amalgamano e diventano colori nuovi, le impressioni sfumano nelle convinzioni. E piano tutto si rinsalda nell’intima consapevolezza di un istante denso di vita.



Gnocchi integrali alla ricotta con ragù di spada e crema di spinaci

Un esperimento, un delicato equilibrio di sapori che rispettano un regime alimentare sano, senza dimenticarsi del gusto. L'utilizzo della farina integrale  rendo gli gnocchi più sodi, il condimento di pesce e verdure lo rende un piatto unico, e l'utilizzo delle bacche rosa gli concede quel quid di profumo e sapore in più


Cosa serve per 2-3 porzioni:
200 grammi di ricotta di pecora
100 grammi di farina integrale macina a pietra
un pizzico di noce moscata
1 uovo
1 trancio di pesce spada fresco
due manciate di spinaci freschi
Olio d'oliva extravergine
sale integrale di Cervia
Una presa di bacche rosa
Prezzemolo fresco

Per gli gnocchi schiacciare la ricotta con l'uovo, spolverare con la noce moscata e cominciare ad impastare aggiungendo la farina. Attenzione, la quantità indicata è indicativa delle proporzioni, perchè gli gnocchi non sappiano troppo di farina e si induriscano eccessivamente in cottura, è bene evitare il rapporto 50:50. Io ho optato per un terzo di farina e 2 terzi di ricotta, ovviamente poi si aggiungerà un altro po' di farina se l'impasto risulta troppo tenero da lavorare. Una  volta raggiunta la consistenza desiderata, realizzare dei cilindretti di impasto da cui formerete gli gnocchi. Lasciare riposare su una spianatoia e intanto preparare il condimento. Per la crema di spinaci, far appassire in una padella dell'olio in cui getterete gli spinaci lavati e puliti, fino a che non saranno ripassati e belli morbidi, aggiustare di sale e passare al mixer, aggiungendo un cucchiaio di ricotta e uno di olio a crudo. Per il ragù di spada, ridurre il trancio privato della pelle e della lisca a dadini non eccessivamente piccoli, farli rosolare per qualche minuto in una padella con olio extravergine molto caldo e una spruzzata di succo di limone. Aggiustare appena di sale e spegnere facendo riposare. Tuffare gli gnocchi in acqua salata bollente e far cuocere fino che non saliranno a galla. Assaggiare prima di scolare per verificare la cottura. Una volta scolati, buttarli nella padella con il ragù di spada e saltare, aggiungendo un po' d'olio se sono troppo asciutti. Impiattare con la crema di spinaci come base, guarnendo con le bacche rosa pestate al mortaio e qualche foglia di prezzemolo.

venerdì 17 maggio 2013

Raccoglimenti

Raccogliersi. Nei propri pensieri, in una preghiera o semplicemente in silenzio, lasciando sospesa ogni cellula senziente in quella dimensione imperfetta incuneata tra il cosciente e l'irrazionale, dove niente sembra accadere mentre tutto ha origine.

Raccogliersi attorno a qualcuno, ascoltare il suo respiro pensare e il suo pensiero respirare. Sentire la vicinanza calda della sua presenza, l'impronta della sua anima nella tua. Percepire i suoi passaggi da luce ad ombra e poi imparare tu, a varcare quella soglia quando è necessario.

Raccogliere a fattor comune,  la più semplice operazione di scomposizione del polinomio vita, fino a ridurre a forme più accessibili i misteri dell'esistenza umana, aggrovigliamenti fatti di spirito, carne, desiderio, inquietudine, alienazione, irragionevolezza, frenesia.

Raccogliere ciò che di incerto, irrisolto e pungente è sparso dentro di te. Farne una piccola palla di energia da lanciare fuori, lontano nella luce tiepida di una primavera sofferta, vederla atterrare su un prato fiorito di cui quasi non ti eri accorta. Per il grigio indigesto, per la pioggia stizzosa, il lavoro noioso che ora si stemperano insieme nel tardo pomeriggio di un venerdì 17.

E poi vederla tornare, questa energia. Sotto forma di colori vellutati e impavidi che accarezzano gli occhi, di sapori delicati che scaldano le serate piovose, di disegni a matita che animano le storie, di musica improvvisata che rallegra le stanze. Sotto forma di una manciata di viole del pensiero rubate a quel prato, ultimo "raccoglimento" prima del week end.


Minestra pensierosa al marsala, per una primavera che non vuole arrivare





Cosa serve per due:
due manciate di lenticchie rosse
1 patata a pasta bianca di medie dimensioni
1 costa di sedano bianco
1 bustina di zafferano
2-3 cucchiai di marsala
4 cucchiai di fregola sarda
1 litro di brodo di verdure
Olio e.v.o.
sale grosso integrale

Pulire la patata e il sedano, tagliarli a pezzetti  e rosolarli con un poco di olio d'oliva e poi con l'aggiunta di  un bicchiere d'acqua, lasciando che si ammorbidiscano sobbollendo lentamente. In un altro tegame abbastanza fondo, far cuocere le lenticchie sciaquate con la fregola in un litro di brodo da aggiungere metà alla volta. Verso la fine della cottura unire la bustina di zafferano e aggiustare di sale. Quando le patate e il sedano saranno ormai morbide, aggiungere il marsala e frullare, anche qui salando a piacere. Unire questa crema alla minestra facendola addensare. Servire tiepida con un filo d'olio e volendo con un po' di pepe macinato fresco.



venerdì 10 maggio 2013

Guazzetto di riflessioni extemporanee sulle consolazioni della vita

Milano, mezzogiorno di qualche settimana fa.  Mentre tutta la città  è invasa dalla frenesia per una settimana di manifestazioni sfiancanti e invadenti, mi aggiro tra le vie ancora poco affollate sentendomi  molto, molto lontana dal torpore della provincia in cui vivo, fino a che non incappo in  un posto quasi vuoto di gente, ma pieno di oggetti per me irresistibili. Libri.
Una piccola libreria, un'oasi di pace al riparo dal brutto tempo, profumata di carta e costellata di piccoli volumi ed altri balocchi nati da qualcuno che sa ancora giocare, che non vuole smettere di perdersi in quell'infinito universo che è la fantasia.

Come se sentissi una vocina mormorare il mio nome, entro senza opporre resistenza nello spazio spartano e quasi bianco, quasi irreale e sospeso, incurante della prossima inevitabilità dei fatti di un pomeriggio affollato e convulso. Stanno ad aspettarmi mille tesori colorati, ben esposti, non ammassati fra loro ma con tutto lo spazio cui ogni libro dovrebbe avere diritto. Perchè un libro deve poter galleggiare nella sua dimensione, piccola o grande ma sempre elastica, per potersi restringere o allargare a seconda dello sguardo che incontra. Deve poter fare bella vista di sé e della sua copertina, diffondere come meglio crede il proprio particolare incantesimo di parole, disegni,  mistero.
In un posto così, riesci ad avere la certezza che i bambini possono diventare grandi, e che i grandi possono sempre tornare bambini.
Scopro che è nato con un progetto a termine. Un posto che avrebbe dovuto chiudere dopo un certo periodo e che invece è ancora lì.

Allora io penso che se una cosa bella come questa è nata per non durare a lungo ma ancora esiste, allora c'è speranza per i piccoli, i diversi, gli insoliti che perseverano in barba alla fagocitosi di un mercato sempre più piatto e impersonale. Oggi questo luogo è  una libreria extemporanea. Mentre scelgo tra tutti il  piccolo tesoro da fare mio e portar via, penso  ai librai d'Italia, quelli veri e appassionati, di cui ultimamente mi capita di leggere lo sconforto tra le righe dei loro bei blog. Penso anche a chi ha il coraggio di pubblicare le storie perchè sono uniche e interessanti, non per seguire logiche commerciali miopi o incuranti della qualità.

Ma si sa, in tempi di crisi almeno qui da noi la cultura è la prima ad essere sacrificata. Come se fosse meno importante di un qualsiasi altro bene fondamentale. Come se si potesse vivere anche senza. 
Così oggi, mentre tengo fra le mani quel libricino perfetto di cui un'altra volta vi parlerò, oggi potrei gridare a chiunque che no, non è vero. Che la poesia è una ricchezza, non una perdita di tempo. Che la filosofia è nutrimento, non una materia di studio da propinare a scuola. Che la conoscenza si nasconde ovunque, tra le pieghe più inaspettate o dimenticate della vita e può generarsi ovunque, in ogni scampolo di differenza, curiosità e confronto per diventare anch'essa extemporanea.

E che in tempi tristi come i nostri,  questa davvero è una grande consolazione.



Scottata di spada in guazzetto di verdure 
L'intingolo che vi propongo è per me ormai un must,  lo  utilizzo spesso sui tranci di pesce, ma è buonissimo anche con il formaggio alla griglia e, volendo, anche sulla pasta. Il segreto sta tutto nella cottura differenziata degli ingredienti.


Cosa serve per due
2 tranci di pesce spada fresco
2 manciate di pomodori datterini
5-6 cipolline borrettane
1 manciata di capperi di Pantelleria sotto sale
Olio extravergine d.o.p. Io ne ho usato uno siciliano
Poco vino per sfumare


Per preparare questo guazzetto occorre innanzitutto pulire le cipolline e tagliarle grossolanamente. Farle scaldare nell'olio d'oliva molto lentamente, in modo che si stufino. E' molto importante che non soffriggano vistosamente, in tal modo la cottura accenta la dolcezza già caratteristica di questo tipo di cipolla. Per accentuare il gusto del guazzetto i pomodorini vanno lavati, asciugati e tagliati a metà, dopodichè vanno fatti asciugare al grill sulla leccarda per cinque minuti o anche meno. Evaporando l'acqua l'intensità del pomodoro sarà eccezionale. Dissalare i capperi e tamponarli bene, tritarli grossolanamente e aggiungerli alle cipolle una volta che queste sono abbastanza morbide. Mescolare e, a fuoco spento ma con la padella ancora calda, aggiungere i pomodorini, insieme ad un'altra bella spruzzata di olio, che senza la cottura ma restando solo tiepido, sprigionerà tutto il suo aroma sulle verdure. Il guazzetto è pronto. Tenere in caldo e scottare velocemente i tranci di spada in una padella antiaderente cosicché serva pochissimo olio. Una volta pronti, senza cuocerli troppo per non renderli stopposi, impiattare versando sui tranci un abbondante porzione di guazzetto. I capperi dovrebbero regalare la giusta sapidità a tutto il piatto senza dover aggiungere altro sale.

lunedì 8 aprile 2013

Respiro Profondo

via moonandtrees


Come quando un martello cosmico smette di battere. Come quando si fermano gli orologi del mondo. Come quando i suoni là fuori non sono più una cacofonia indistinta e pesante ma un accordo perfetto tra te e la natura. Come quando intuisci il senso intero della sacralità della vita, e il tuo primo pensiero del giorno è per qualcun altro. 

Come quando ti allontani scalza dai tuoi fin troppo reali guai quotidiani, per camminare da equilibrista su un filo teso tra utopia e stravaganza. E scorgi cose bellissime, da un  punto di vista diverso. E mentre scendi giù, e ti riaccomodi nella dimensione terrena, ti ritrovi a pensare che è tutta una questione di prospettiva.


Buona settimana



Spaghetti al sugo povero di carciofi e patate
Leggerezza a gusto, in un primo economico e salutare. Dico povero, perchè qui si utilizzano i gambi dei carciofi, che solitamente vengono scartati. Invece sono buonissimi, pieni di sapore danno al piatto un tocco di carattere particolare. E non si butta via niente.

Cosa serve per due:
160 gr. di spaghetti integrali.
Gambi di carciofi avanzati
1 patata di medie dimensioni
Una manciata di olive nere taggiasche
1 spicchio di aglio
2 cucchiai di pangrattato
Pepe nero macinato fresco
Olio extravergine di oliva
Pecorino stagionato

Pulire i gambi dei carciofi avendo cura di togliere la parte più filamentosa. Lavare in acqua e limone e tagliare a rondelle piuttosto sottili. Soffriggere i gambi in una padella con uno spicchio d'aglio schiacciato in camicia e olio extravergine di oliva. Far andare a cottura, aggiungendo di tanto in tanto un po' di acqua. Devono risultare piuttosto morbidi. 
Nel frattempo Portare ad ebollizione l'acqua per la pasta. Buttare una manciata di sale grosso e prima di calare la pasta cuocervi la patata tagliata a dadini per circa cinque minuti. Scolati i dadini di patata, aggiungerli ai gambi di carciofo in padella. Buttare la pasta e cuocerla al dente, togliendola anche un minuto prima del tempo per terminare la mantecatura in padella col sugo, cui nel frattempo avremo tolto l'aglio e aggiunto le olive.
Saltare quindi la pasta nella padella, unendo poco altro olio se serve e i due cucchiai di pan grattato che servono a far assorbire meglio il sugo (gli spaghetti integrali spesso non sono così porosi come quelli di grano duro). Impiattare ultimando con una macinata di pepe e una spolverata di pecorino grattuggiato.


mercoledì 20 marzo 2013

Boccone settimanale di precaria felicità

Mentre torno dal lavoro, in sottofondo John Legend che canta Who did that to you, apprendo alla radio che oggi è la giornata mondiale della felicità. Sotto una pioggia battente, mi perdo in riflessioni su questa dichiarazione d’intenti e sul fatto che si ritenga necessario fissare addirittura un giorno da dedicare alla felicità. Come se poi qualcuno potesse decidere di esserlo proprio oggi. Ma vabbè, apprezzo lo sforzo. Anche se il diavoletto polemico  che dimora dentro di me sobbalza  quando sente che il mondo pare sia diventato 0,14 volte più felice,  e mentre cerco di sedarlo imponendomi di essere ottimista e accomodante,  non riesco a non domandarmi rispetto a quando? Rispetto a chi?

Come essere umano, conscia di vivere in una delle società cosiddette evolute, senza dubbio mi rendo conto che ci sono realtà che definire peggiori sarebbe un insulto alla condizione di vita dei miei simili, perché si parla naturalmente di sopravvivenza. Come donna occidentale, dotata di un’istruzione definita medio alta, attualmente occupata, convivente e senza figli, ho ben presente di trovarmi in una posizione che si può considerare positiva  e privilegiata, e mi sforzo di pensare che infondo anche il pensiero di essere felici può per induzione aiutare ad essere ben disposti  e fiduciosi. Già, ma felici? Avendo sempre avuto grossi problemi a definire a parole questo ambitissimo status comunque precario, provo ad interrogarmi sulle sensazioni che mi attraversano oggi, ed in questo periodo in generale.  E quello che mi viene  da  pensare, così su due piedi, è disorientamento.   

Il mio diavoletto gongola, soddisfatto di avermi fatto perdere il buonumore in un tragitto così breve. E il testo della canzone di certo non aiuta.  Così, sulla mia piccola auto acciaccata, rimugino sul fatto che vorrei tanto conoscere quei signori che hanno decretato un miglioramento dello stato di felicità addirittura del mondo intero, per chiedere come hanno fatto a sancirlo, io che per capire se sono felice anche solo per un attimo al giorno devo concentrarmi con tutta me stessa, tuffarmi ad un livello profondo della mia coscienza (im)matura, cercare il particolare, il dettaglio semplice che fa la differenza tra una giornata girata male in cui ti senti una qualunque parte inutile dell’ingranaggio capitalista, e un giorno perfetto, di quelli che non c’è nulla da spostare, da fare o da dire perché tutto va come deve e sai che alla sera, come per magia, si depositerà su di te una sottile  e luminosa polvere di soddisfazione. Ma sono arrivata quasi a casa, dopo una giornata di devastante delirio lavorativo, ormai è tardi per proseguire con estemporanee meditazioni crepuscolari.

In fondo domani è primavera, l’auto non mi ha lasciato a piedi, a cena so che il mio uomo cucinerà per me e mi aspetta un fine settimana romantico. Sento il buonumore tornare mentre varco la soglia. Appena in tempo.

E quindi, qualunque cosa sia, da dovunque possa provenire ed in qualsiasi forma si presenti, vi auguro un bel boccone di felicità. Da gustare fino in fondo, alla faccia dei diavoletti più saccenti e contestatori!


Cous Cous di pesce al profumo di agrumi

Questo cous cous è particolare per il brodo alla cannella e l'utilizzo degli agrumi che danno un particolare profumo al piatto. I crostacei fanno il resto. Davvero una delizia. Ovviamente le verdure possono essere anche altre, suggerisco di usare comunque quelle di stagione per dare maggiore sapore al tutto.


Cosa serve per due: 
150 grammi circa di cous cous 
200 grammi di mazzancolle fresche del mediterraneo
6 -8 scampi freschi
un pezzetto di cannella di 2-3 centimetri
1 arancio
zest di un limone non trattato
brodo vegetale
3 manciate di spinaci freschi
una noce di burro
Olio di oliva extravergine
2 spicchi di aglio schiacciati in camicia

Fare sobbollire la cannella col brodo vegetale per almeno 10 minuti. Nel frattempo si possono stufare gli spinaci mettendoli direttamente in una padella con una noce di burro dopo averli lavati e puliti, e lasciandoli appassire dolcemente, salando appena. Sgusciare e pulire le mazzancolle, lessarle velocemente in acqua bollente per un paio di minuti, scolare e condire con due cucchiai di olio, lo zest del limone e un pizzico di sale. Lavare gli scampi e aprirli sul dorso, asciugarli bene e metterli a rosolare in una padella con un filo d'olio e l'aglio. Coprire e far andare a fuoco medio, irrorando con un po' di brodo ogni tanto, per circa dieci minuti, poi togliere l'aglio e spremere mezzo arancio, girando bene. Spegnere il fuoco e lasciare riposare. Nel frattempo fare rinvenire il cous cous: massaggiarlo con due cucchiai di olio in una padella piuttosto larga, cominciare ad aggiungere brodo bollente e poi tenere coperto, a fuoco spento, fino a completo assorbimento. Ripetere l'operazione fino a che il cous cous si è ben gonfiato, a questo punto accendere la fiamma e far asciugare ultimando la cottura per 2-3 minuti dopo aver aggiunto il succo dell'altra metà dell'arancia. Quando il cous cous è cotto ma ben sgranato è pronto. Unire ai gamberetti con il loro sugo, agli spinaci e mescolare bene. Per ultimi  gli scampi a guarnire il piatto che andrà presentato in tavola con la sua teglia.


martedì 12 marzo 2013

Dream On

Gli ultimi anni della mia vita li ho vissuti così. Con la faccia affondata in un sogno. A intervalli respiravo per catturare tutta l'aria necessaria e poi di nuovo giù, in apnea. Perchè un sogno ha bisogno di fiato, di sangue e sudore per arrivare ad avere sostanza. I sogni sono faticosi, incerti e sfuggenti. Ti ammaliano con le promesse che ancora non puoi stringere tra le mani. Ti lusingano venendoti a cercare mentre sei più indifesa. Ti si stringono addosso cambiando la tua percezione del tempo, tanto che non sai più se stai vivendo nella dimensione reale o in quella fantastica. E bisogna stare attenti, molto attenti per non rischiare di sputtanare tutto quello che di concreto si è costruito per correre dietro ad un orizzonte tremolante. Però, mi sono sempre chiesta: che persona sarei senza sogni? Certamente non sarei la Signorina M. e altrettanto sicuramente non sarei Margot. Forse sarei una donna molto tranquilla. Accetterei di buon grado le imposizioni, i suggerimenti, i consigli. Approfitterei delle occasioni che il destino mi riserva senza andarmi a cercare quelle gatte da pelare, che a volte tolgono il sonno e l'appetito. Ecco, se fossi senza sogni forse sarei meno imprudente. Ma anche molto più triste.

Così, quando un sogno diventa realtà e so, sono certa, che sono stata io a dargli corpo, sorrido tra me e me, sprimaccio il cuscino e mi rituffo in quel sottomondo fatto di Se e di Ma. Ci cammino dentro con una certa familiarità, ormai. E le strane creature che incontro lungo la strada non mi fanno più paura, perchè so che le ho create io e sempre io posso distruggerle.  Così anche i sogni. Possiamo crearli, coltivarli e spenderci del tempo perchè si avverino. Oppure possiamo lasciarli morire di sete, a vagare nel limbo dell'irreale per sempre. Perchè anche i sogni invecchiano, sapete. E se è vero che non si è mai troppo vecchi per sognare, è pure vero che ci sono sogni troppo invecchiati per reggersi sulle proprie gambe.

Allora andiamo, prendiamo aria una volta di più, pronte per l'immersione. Pronte per tessere il più bello dei sogni sul telaio della notte.



Spiedi di cavolfiore al bacon con salsa di yogurt e soia

Un appetizer che può diventare un finger food per una cena in piedi, se non avete abbastanza sedie, abbastanza piatti, abbastanza tempo per fare cose più impegnative. 



Cosa serve:
Cavolfiore pulito e suddiviso in cime non troppo grandi
fettine sottili di bacon
Salsa di soia (nei negozi di prodotti asiatici, potete trovare anche quella a basso contenuto di sale)
Yogurt bianco non dolce
Spiedini di legno

Prima di tutto preparare la salsa. Miscelare una certa quantità di yogurt con la salsa di soia, secondo il proprio gusto. In genere è un rapporto molto basso: un cucchiaio di soia per ogni 3 cucchiai di yogurt, ma si può anche variare. Tenere in frigo.
Molto semplicemente, cuocere al vapore il cavolfiore pulito, lasciandolo al dente per averlo abbastanza sodo. Lasciare intiepidire bene e poi infilare sugli spiedi, precedentemente ammollati nell'acqua per almeno un ora (per evitare che brucino in forno) non più di 3-4 cime. 
Prendere le fettine di bacon e suddividerle in due per la lunghezza. Con ogni pezzo avvolgere una cima di cavolfiore. Passare in forno ben caldo per 10-12 minuti, il tempo di far abbrustolire leggermente in bacon. Sono buoni molto caldi in contrasto con la salsa fredda. Non occorre sale aggiuntivo.





sabato 15 dicembre 2012

Togliendo il coperchio

Anche questa settimana sta finendo e il freddo lì fuori rende tutto più quieto. Ma so bene  che è solo apparenza. Questo è un periodo strano, fatto di polvere ghiacciata che scintilla contro i vetri illuminati e tremolanti di lucine serali, di sogni sghembi nascosti sotto il cuscino, tra un ma e un forse. Di speranze e desideri che vorrei attaccare all'albero come decorazioni natalizie contro i malumori vigliacchi a cui spesso non riesco a far fronte. E come me, molti altri con cui parlo che hanno nel cuore un tonfo sordo e negli occhi una ricerca sospesa tra il presente che arranca e il futuro che si sgretola.

Quando mi capita di incontrare qualche amico, ed in questo periodo succede spesso, per farsi gli auguri, per chiedersi come va, perchè non ci si vede più tanto spesso, scorgo sempre lo stesso grosso, pesante punto interrogativo dietro di lui. Come il mio è lì, gonfio alle mie spalle. Sempre. So che ho bisogno di riposo, succede quasi sempre a Dicembre. La mia anima giace intirizzita sotto la coperta di neve e di domande congelate e aspetta che io la riscaldi con un po' di musica, una buona minestra, un bicchiere di vino con le bollicine, qualche spensieratezza nei giorni di festa e un po' di risposte. 

La lista delle domande è molto lunga, alcune semplici ed altre che non lo sono per niente. Una lista destinata a non essere mai esaurita, perchè esistere per me è interrogarsi. Ma infondo è giusto così. Quello che non è giusto, è questa resa subdola e infame ad una vita compressa tra quello che potrebbe essere e quello che in realtà è. 

Così, mentre apro le mie vecchie scatole di latta con le poche decorazioni, scarto le palline dalla loro carta velina ingiallita, scelgo i nastri e le stelle che appenderò nel week end, penso che c'è una cosa che più di tutte mi piacerebbe ricevere e donare per Natale: attimi di luminosa saggezza, da conservare in un barattolo per i momenti difficili. 

 Impanatine vegetariane di ricotta e verdure



Cosa serve per 4-6 panatine
500-600 gr di pasta di pane
300 gr. di ricotta fresca di pecora
Verdure fresche: funghi, carote, patate, melanzane
Olio extravergine d.o.p.
Sale grosso
1 uovo
pepe nero macinato fresco

Stendere la pasta di pane piuttosto sottile, circa 3 mm di spessore e ricavarne dei dischi di pasta del diametro di 10-11 cm, si possono usare degli stampi della stessa misura, da foderare o da ungere. Pulire le verdure e tagliarle a piccoli pezzettini, farle saltare in padella con sale e olio extravergine d'oliva fino a che non saranno morbide. Unirle alla ricotta schicciata, aggiungere un filo d'olio e una spruzzata di pepe nero ed origano. Chiudere il disco con un altro disco lavorando bene i bordi. Spennellare la superficie con un uovo sbattuto e infornare a 200 gradi per 15-20 minuti.



giovedì 25 ottobre 2012

La verità, vi prego, sulla semplicità.

Sarà perché la mia vita non è semplice, o perché per lavoro mi occupo di cose poco concrete. Sarà perché se mi guardo intorno vedo tante scappatoie, ripieghi, contorsionismi e rincorse che rendono l’esistenza umana improbabile e molto, molto faticosa. O che, alla lunga, cercare di cavalcare l’onda confusa del  vivere al massimo è davvero snervante. Sarà per questo che quasi senza accorgermene, sono arrivata a desiderare sempre di più le cose semplici. Semplici, non banali, che fa una bella differenza. Semplici e meravigliosamente imperfette. Particolari stonati che rendono i momenti unici, le persone speciali, le presenze necessarie e che io ho cominciato ad amare piano piano e a cercare sempre.

Se è vero che tutto può finire in un istante, non voglio perdermi nessun momento importante per smanie inconsistenti. Nessun traguardo che non voglia veramente.  Nessun sacrificio che non arrivi dalla libera scelta. Solo così,  forse, si evitano i rimpianti. In realtà questo non lo so. Non so cosa sia la semplicità perchè ognuno di noi, penso, ne può dare un concetto diverso. Quello che so, invece,  è che è meglio camminare accanto a qualcosa che sento di volere nel profondo, piuttosto che correre dietro a quello che gli altri pensano sia giusto per me. E questo nella mia testa è una cosa molto semplice.

Spero di aver risposto, con questo post che in verità volevo fare da tempo, alla domanda del premio di cui cocomerorosso, che ringrazio sinceramente,  mi ha omaggiato. Chi mi conosce un po' sa che sono una "spezzacatene" in molti sensi, per cui non dovrei sorprendere nessuno se, anche stavolta, invece di nominare 10 blogger a cui passare il testimone, lascio aperto l'invito a chiunque voglia rispondere a questa domanda, assolutamente difficile,  sulla semplicità.
Mi sembra un bell'argomento, di questi tempi.

Io, intanto,  vi lascio questa ricetta assolutamente imperfetta, ma sublime nella sua semplicità.


Quadrotti di polenta al tartufo, robiola e bacche rosa



Cosa serve:
Polenta già aromatizzata con tartufo
oppure polenta gialla normale 
Tartufo fresco sa grattuggiare
Robiola fresca
Bacche rosa essiccate (comunemente detto pepe rosa)
Sale
Olio extravergine d'oliva
Preparare la polenta come da istruzioni, se non si usa quella aromatizzata, una volta portata a termine cottura spolverizzarla con il tartufo fresco (o, in alternativa con buon olio aromatizzato al tartufo). Mescolare bene e versarla in uno tampo preferibilmente rettangolare o quadrato.
Lasciare solidificare molto bene, perciò consiglio di farla molto prima. Una volta ben fredda e solida, la polena va sformata, tagliata a quadrotti, unta l'olio con un pennello e passata al forno per renderla croccante almeno per 20-25 minuti. Schiacciare la robiola con una forchetta e sbatterla un pochino per renderla appena (non troppo) più cremosa, spalmarne una generosa quantità sui quadrotti. A questo punto pestare le bacche rosa in un piccolo mortaio e cospargere senza esagerare i quadrotti.
Una combinazione di sapori decisi e delicati, tutti molto riconoscibili, che si fondono con una bella armonia.  


Qui sotto, per chi volesse far suo il premio Simplicity, le regole:



1. Rispondere all domanda "Che cos'è la semplicità"
Che dite, un post può andare bene come risposta? :-)

2. Dedicare a chi ci ha donato il premio un'immagine
Al blog cocomerorosso, dedico questa immagine, che mi ricorda un gesto semplice ed essenziale che faccio ogni mattino per entrare nel mondo

Source Lifeonsunday

E infine:
3. Donare il premio ricevuto a 12 blogger
Beh...come dicevo mi andava di condividerlo con chi ha voglia di riflettere sulla semplicità, perciò allarghiamo!


mercoledì 18 luglio 2012

Conversazioni con un vecchio saggio

Dopo molto tempo che non lo vedevo, trovai il vecchio contorto e sbilenco, ancora più nodoso.  Emanava come non mai una forza meravigliosa di tenera linfa, che pareva avesse conservato in una vaso magico al riparo dal gelo dell'inverno. Sperai tanto che potesse darmene un po' e poi mi vergognai. Rubare l'energia ad un vecchio...Ma lui capì senza bisogno di parlare. Vieni, avvicinati, mi disse. Così, più vicino, appoggiati a me, chiudi gli occhi e ascolta. E io lo feci. Ascoltai la sua forza attraverso le rughe spesse e le screpolature della sua pelle. Percepii l'energia che scorreva in lui, dal profondo e sacro nutrimento del  suo essere, risalire fino alle sue beate estremità catturando pulviscoli di vita e luce.  Non è meraviglioso? Meraviglioso, dissi io. Sai, sono un po' confusa. Sento di vagare alla ricerca di qualcosa che non riesco a trovare. Sento di avere molto, molto da fare. Ho quaderni pieni di sogni, non faccio che scriverne. Ma spesso sogno anche di aprire quei quaderni e di trovarvi pagine vuote.
Il vecchio mi accolse ancora di più fra le sue braccia e io mi appoggiai a lui con la schiena, distendendo la mia insicura spina dorsale sulla sua, incredibilmente forte nonostante gli anni. Non starai tentando di adattarti a qualche stampo? Bè, ci ho provato ad essere sincera. Ma non credo di esserci riuscita mai. Probabilmente hai avuto fortuna, amica mia. Quello che devi fare è proteggerti l'anima, mentre dai forma alla tua corteccia. E' molto peggio restare in un luogo cui non si appartiene, che vagare alla ricerca della propria pelle.

Nella mia vita ho fatto parecchi traslochi. Direi più di una dozzina. Sono andata alla ricerca della mia pelle, ho affrontato questo viaggio e molti stati d'animo mi hanno attraversato e ancora mi attraversano, perchè il viaggio non finisce mai.  Ma in tutti posti in cui sono rimasta abbastanza a lungo, ho cercato un Vecchio Albero Saggio con cui conversare. A lui spesso ho rivelato le mie angosce, silenziosamente. Conversazioni silenziose, perchè non è di parole che hanno bisogno gli alberi per riconoscerci. Ma di mani, di schiene, di piedi, di lacrime che li accarezzino. Così, la loro energia può attraversare noi e i nostri corpi, schiudersi nei nostri pensieri, farci assaggiare i loro doni saggi.

Qui ringrazio tutti i Vecchi Saggi che  hanno consolato questo mio girovagare: il salice piangente vicino a quel fienile che non c'è più, il ciliegio centenario nel chiostro silenzioso del convento, i due cedri libanesi abbracciati nel parco vecchio della mia città, il platano cortese alla fine delle mie passeggiate della casa di oggi. E per ricambiare, se mai fosse possibile, un piccolo ulivo sta da qualche mese crescendo nel mio giardino. Ancora è presto per confidargli le mie inquietudini, non è abbastanza saggio, ma confido che un giorno lo sarà, e con la sua chioma argentea possa confortare qualche altro viaggiatore smarrito.


Pollo aromatico alle albicocche  
E' un piatto pieno di erbe aromatiche, quindi molto profumato, in più l'uso del gomasio evita l'uso di troppo sale, il chè non guasta di certo.

Cosa serve per due:
300 gr circa di pollo disossato (petto o, se si preferisce più morbido, sovraccosce spellate)
4 albicocche secche
1 cipolla bianca
1 patata abbastanza grande lessata al dente
1 ciuffetto di menta fresca
1 manciata di arachidi salate
Qualche foglia di salvia
1 cucchiaino di gomasio
Salsa di soia
Olio evo
sale

Mettere a mollo le albicocche per qualche ora, fino a che non saranno piuttosto morbide. Tagliare il pollo a dadini, infarinarlo appena e rosolarlo in olio a fiamma alta per qualche secondo, bagnare con salsa di soia e un pizzico di sale e continuare la cottura abbassado la fiama, appena il liquido si restringe. Nel frattempo in una padella a parte, meglio se tipo wok, far saltare la cipolla tagliata grossolanamente con la patata a dadini, aggiugendo gomasio e olio d'oliva per non farle attaccare. Unire le albicocche scolate e tagliate a pezzettoni, la salvia tritata e lasciare andare. A cottura ultimata, sia delle verdure che del pollo, unire tutto in un un'unica padella e aggiungere le arachidi e solo alla fine la menta fresca. Servire caldo, se piace accompagnato con altra salsa di soia. E' un piatto pieno di erbe aromatiche, quindi molto profumato, in più l'uso del gomasio evita l'uso di troppo sale.

martedì 24 aprile 2012

Nuvole nel cuore

Apro l'ombrello e lascio che il riflesso del suo tono allegro mi colori la faccia mentre cammino in silenzio. Passo dopo passo mi allontano dalla me di tutti i giorni per avvicinarmi a lei, quella che comunque sento di essere, nascosta dentro una tana di abitudini pudicamente segrete.  In questi giorni sto riflettendo molto sul mio futuro. Un appuntamento con me che rimando da un po', ma che ormai so di non voler mancare. Interrogativi, molti punti di domanda. Nuvole nel cuore. Grigie di  pioggia sottile corrono sulla mia testa insieme a dilemmi che assumono le forme più strane.

Nell'immaginare un mio domani diverso realizzo che le paure sono tante, più di quelle che pensavo quando il progetto era meno concreto.  Difficile da spiegare a parole. Difficile scriverlo qui, ma necessario per capire le mie pause un po' più lunghe, le sospensioni temporali. Non che non mi sia già successo. La mia vita è stata sempre una costellazione di "corpi terrestri" in ordine sparso tenuti insieme da una ragnatela di sogni, più che una rotta seguita linearmente. Ma va bene così. Quando dissi che stavo interrando semi di progetti nuovi era vero, per tutto l'inverno non ho fatto altro.  Ma ora che cominciano a germogliare nel mio cuore, la mia anima trema. Sognare è facile, almeno per me. Ma prendere il sogno per mano e dargli corpo e gambe è tutta un'altra cosa. 

E' a questo che penso in questi giorni. Cucino progetti per un lavoro nuovo e raccolgo le forze per il cambiamento. Senza certezze, con più certezze. Ho letto da qualche parte una frase che mi è rimasta dentro: nei momenti più difficili, ricorda che le abitudini stabiliscono un destino. Così, non perdo l'abitudine di cercarmi, di scrivere, di raccontare; anche qui, anche a voi che magari cercate una semplice ricetta.  Ma le ricette della vita non sono mai semplici, lo sapete voi e lo so io. Eppure, anche se il risultato non mi è chiaro, continuo a provare. 

Continuo a camminare col mio ombrello di sogni sotto un cielo di nuvole.


Maltagliati di farro integrale al pesto di rucola e crema di ricotta

Quando gli ingredienti sono buoni, veramente buoni, non occorre nessuna magia per fare un piatto buono. Questo è un primo semplicissimo, ma ho usato una pasta di farro integrale biologica, una ricotta fresca di qualità eccelsa, rucola a chilometro zero. 





Pestare la rucola in un mortaio, lasciando alcuni pezzi abbastanza grossi, aggiungervi olio extravergine d'oliva d.o.p. e una piccola presa di sale. A parte schiacciare due o tre cucchiai di ricotta fresca con due cucchiai di latte, lavorando fino a creare una crema morbida. Lessare i maltagliati al dente e dopo averli scolati, passarli in padella con un filo di olio d'oliva. Aggiungere la crema di ricotta e far mantecare a fuoco spento. Aggiungere il pesto di rucola e impiattare con un filo d'olio a crudo e una spolverata di pepe nero appena macinato.