lunedì 2 dicembre 2013

Di vita bucolica e delizie incomprese





Da quando mi sono trasferita in questo piccolo borgo abbracciato al grande fiume, sto riassaporando la quotidianità di una dimensione agreste che mi ha accompagnato nella mia infanzia. Alcune persone che conosco non condividono la scelta, trovando inconcepibile allontanarsi dal "centro", anche se in effetti stiamo parlando di un quarto d'ora di macchina.

Qui, è vero, i ritmi risentono della quantità di orizzonte che puoi scorgere dalle finestre, della vividezza dei colori che inonda gli occhi. Della forza del vento che, quando spira potente e non incontra nessun ostacolo, suscita un certo timore reverenziale, non fosse altro che per le piantate di alberi lungo i bordi delle strade. 

Bisogna aggiungere che la mia zona d'inverno somiglia un bel po' a quei paesaggi inglesi brumosi, dove i campi pettinati e lisci si alternano a macchie incolte e piccoli stagni apparentemente abbandonati, con grumi di case affastellate lungo stradine strette non fatte per le macchine ma per le biciclette e i cavalli, che disegnano curve a gomito non proprio simpatiche nelle serate di foschia intensa.

Specie d'inverno, questa dimensione bisogna imparare a viverla. I servizi non sono esattamente quelli di città e a volte il peso della nebbia è davvero esasperante. Ma poi ci sono cose che ti ripagano di tutto, come il silenzio interrotto solo da qualche suono naturale, come un giorno luminoso in cui uscendo per fare due passi puoi trovare davanti all'uscio una cassetta di verdura che ti ha lasciato il vicino.

Oppure, mentre passeggi col cane, puoi sentirti chiamare dalla signora di cui non sai il nome, che ti chiede se vuoi portarti a casa dei cachi. E ti fa entrare, te li stacca dall'albero, ti riempie una busta, ti suggerisce come conservarli.

E tu ti ritrovi a pensare che stare in campagna è un po' come mangiare quel frutto. Ti dimentichi di quanto sia speciale, fino a quando non ne riassapori il gusto. 

Mousse di cachi al prosecco con ganache di fondente e nocciole



Cosa serve per 5-6 bicchierini:
3-4 cachi maturi
mezzo bicchiere di prosecco di buona qualità
un pizzico di peperoncino
3 fogli di colla di pesce
100 gr. di cioccolato fondente al 70%
3-4 cucchiai di panna fresca
nocciole piemontesi tostate

Frullare la polpa dei frutti con il peperoncino e il prosecco. Ammollare i fogli di gelatina in acqua fredda, strizzare e far sciogliere a fuoco dolce. Aggiungere al composto frullato e versare nei bicchierini fino a 3/4 della loro capienza. Far raffreddare in frigorifero per un paio d'ore. Per la ganache che io ho voluto piuttosto consistente, fondere il cioccolato a bagnomaria e aggiungere la panna bollente (se la volete più morbida aggiungete più panna). A piacere, si può unire una granella di nocciole tritate, oppure lasciarla liscia, come ho fatto io. Prima che si rapprenda, versare  la ganache nei bicchierini, non riempliendoli eccessivamente e ultimare con una guarnizione di nocciole intere. Rimettere in frigorifero per un ulteriore raffreddamento. Ottima anche il giorno dopo.

lunedì 25 novembre 2013

Non solo oggi

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Potrebbero essere le mie, che sono una donna, che ama il rosso, che ama la vita e le passioni. Potrebbero essere mie quelle scarpe, se non fossi stata tanto fortunata da incontrare sempre uomini che mi hanno rispettato come persona e come donna. Potrebbero essere mie, le violenze subite, i soprusi, i ricatti, le intimidazioni. Potrebbe essere mia la vergogna, assurda ed incomprensibile, ma vera, di dover mostrare al mondo i lividi ricevuti da chi diceva di amarmi, e in quanto poco conto è tenuto il valore della mia incolumità.

Ma non sono mie, quelle scarpe abbandonate per strada. Non conosco chi le ha perse, insieme alla fiducia, alla serenità di una vita protetta e degna. Ma so che ora è scalza, so che per lei non ci sono giorni nuovi. Né sogni né altri progetti da mettere ai piedi.

So che ha camminato coi piedi feriti ma, le vere piaghe sono quelle al cuore che non andranno più via. So che è una sorella, una madre, una figlia di qualche uomo.

So anche che una giornata internazionale dedicata a qualcosa non cambia i fatti. Che spesso si cavalca l’onda di un argomento scottante per un solo giorno e poi lo si accartoccia la sera, pronto per essere gettato nel dimenticatoio come spazzatura. E allora questo post lo pubblico sul far della sera, quando si rischia di scordare qualcosa che non va ricordato.

Perché non posso fare finta di non sentire. Non posso fingere che in questo blog entrino solo cose leggere e saporite. Non è mai stato così. Qui si può esultare di gioia e sprofondare di dolore. Ma mai rassegnarsi all'indifferenza. Qui si “cucina” quello che c’è, ed oggi sono verità pesanti, le violenze sulle donne, che possono accadere a un passo da noi. 

Vorrei cucinare altro, credetemi. Magari una bella torta per spazzare via il disgusto che mi riempie la bocca. Ma non è tempo. 

E’ tempo di aprire l’armadio, prima di andare a dormire, e guardare le mie scarpe rosse, che stanno esattamente dove devono stare. Ad aspettarmi per una sera di festa, un ballo con l’amore, un desiderio che si avvera.

giovedì 14 novembre 2013

In the mood for...



Bentornata voglia di cucinare. Mi avevi abbandonata per un po’, forse in cerca di qualcuno che ti desse più attenzione. Devi perdonarmi, ma non sono mai stata capace di cucinare a comando. Forse è per quello che mi trattengo dal volerne fare un lavoro. Anche se un ristorantino piccolo…con pochi coperti ed una sola stanza, intima, arredata con i materiali di recupero che tanto amo. Vabbè, un altro sogno nel cassetto ci può stare, anche se mi accorgo che quel cassetto cresce, invece di svuotarsi si fa più capiente col passare degli anni, perché oltre alle cose non riesco a buttare nemmeno i sogni. Li metto in fila, come perle di  una vecchia collana che diventa più lunga col tempo e ormai ci posso fare tanti giri. 

Bentornata curiosità. Senza di te non vivrei allo stesso modo. Non scriverei e nemmeno cucinerei allo stesso modo. Perché per me non c’è cucina senza racconto. Né ricerca, né senso. Devo sempre mettere una storia sotto il piatto. Perché mangiare è uno dei più grandi atti di consapevolezza dell’esistere, e ancora mi stupisco che qualcuno (molti) lo facciano inavvertitamente. Il cibo entra in noi, letteralmente. Lo assimiliamo, lo assorbiamo. Com’è possibile non tentare di conoscerlo, capirlo, amarlo?

Bentornata voglia di sperimentare. Perché tra un piatto della tradizione e uno della fantasia, c’è sempre quel viaggio unico e personale che puoi decidere di fare, per trovare il tuo linguaggio, il tuo modo di esprimerti e di riconoscerti, comunicando con sapori e immaginazione. Senza l’esperimento non ci sarebbe esercizio, pratica, affinamento, evoluzione. Alla fine tutto è parte di un ciclo con cui abbiamo solo due modi di interagire, in modo profondo oppure distaccato. Tutto dipende da noi.

Bentornata energia creativa. Mi sei stata utile altrove, in quel soffio d’estate dove abbiamo liberato una zavorra di calcoli perversi finalmente smascherati. Mi hai cullato e nutrito e lavato, come un bambino che torna a casa in lacrime, ginocchia sbucciate e una lezione in tasca  da ricordare. Ora sei di nuovo qui, fra me e Margot, io con un mestolo in mano e buffe mollette fra i capelli, lei accoccolata tra i cuscini di quella adorabile stoffa fuori moda, trovata in un mercatino di mille anni fa.
Io che annuso questo profumo delizioso di bacche rosa pestate al mortaio e penso che potrei non stancarmene mai. Lei che mi racconta dei suoi strambi progetti che certo diventeranno anche i miei.


Le consistenze si amalgamano e diventano colori nuovi, le impressioni sfumano nelle convinzioni. E piano tutto si rinsalda nell’intima consapevolezza di un istante denso di vita.



Gnocchi integrali alla ricotta con ragù di spada e crema di spinaci

Un esperimento, un delicato equilibrio di sapori che rispettano un regime alimentare sano, senza dimenticarsi del gusto. L'utilizzo della farina integrale  rendo gli gnocchi più sodi, il condimento di pesce e verdure lo rende un piatto unico, e l'utilizzo delle bacche rosa gli concede quel quid di profumo e sapore in più


Cosa serve per 2-3 porzioni:
200 grammi di ricotta di pecora
100 grammi di farina integrale macina a pietra
un pizzico di noce moscata
1 uovo
1 trancio di pesce spada fresco
due manciate di spinaci freschi
Olio d'oliva extravergine
sale integrale di Cervia
Una presa di bacche rosa
Prezzemolo fresco

Per gli gnocchi schiacciare la ricotta con l'uovo, spolverare con la noce moscata e cominciare ad impastare aggiungendo la farina. Attenzione, la quantità indicata è indicativa delle proporzioni, perchè gli gnocchi non sappiano troppo di farina e si induriscano eccessivamente in cottura, è bene evitare il rapporto 50:50. Io ho optato per un terzo di farina e 2 terzi di ricotta, ovviamente poi si aggiungerà un altro po' di farina se l'impasto risulta troppo tenero da lavorare. Una  volta raggiunta la consistenza desiderata, realizzare dei cilindretti di impasto da cui formerete gli gnocchi. Lasciare riposare su una spianatoia e intanto preparare il condimento. Per la crema di spinaci, far appassire in una padella dell'olio in cui getterete gli spinaci lavati e puliti, fino a che non saranno ripassati e belli morbidi, aggiustare di sale e passare al mixer, aggiungendo un cucchiaio di ricotta e uno di olio a crudo. Per il ragù di spada, ridurre il trancio privato della pelle e della lisca a dadini non eccessivamente piccoli, farli rosolare per qualche minuto in una padella con olio extravergine molto caldo e una spruzzata di succo di limone. Aggiustare appena di sale e spegnere facendo riposare. Tuffare gli gnocchi in acqua salata bollente e far cuocere fino che non saliranno a galla. Assaggiare prima di scolare per verificare la cottura. Una volta scolati, buttarli nella padella con il ragù di spada e saltare, aggiungendo un po' d'olio se sono troppo asciutti. Impiattare con la crema di spinaci come base, guarnendo con le bacche rosa pestate al mortaio e qualche foglia di prezzemolo.

venerdì 25 ottobre 2013

Se io fossi.

S'io fossi una giardiniera dell'anima, saprei ciò che non può morire mai. 

S'io fossi una giardiniera dell'anima, chiamerei nuovi semi in questo luogo aperto e dimenticato, affinché possa di nuovo essere fecondato.

S'io fossi una giardiniera dell'anima saprei raccogliere i frammenti dei sogni spezzati della gente, regalando loro il dono di una bella verità: la vita, per quanto calpestata, si rinnova se si impara a coltivare la speranza e l'attesa.

S'io fossi una giardiniera dell'anima, smetterei di fare il bilancio dei miei raccolti e curerei il lavoro che li ha preceduti.

S'io fossi una giardiniera dell'anima abbraccerei con coraggio l'atto del generare, nonostante il gelo, la grandine, le cavallette, ed i corvi neri e gli altri segni della malasorte.


Ma sono soltanto una donna che cerca di fare del suo presente, il suo nutrimento e la sua ricchezza. Quindi vedi, caro vecchio melo abbandonato, non posso fare altro che raccontarti una delle mie storie, in cambio di queste piccole mele dimenticate, incredibilmente squisite.

Sfoglia di mele in caramello alla cannella


Cosa serve: 
Qualche piccola mela dalla polpa soda e croccante.
100 gr. circa di zucchero di canna
1 cucchiaio di cannella in polvere
Pasta sfoglia

Sbucciare le mele e privarle del torso. Dividerle in due in senso orizzontale. Stendere la pasta sfoglia in uno stampo rotondo di dimensioni non troppo grandi, in modo da formare un bel bordo con la pasta stessa e bucherellando il fondo con i rebbi di una forchetta. Preparae il caramello con lo zucchero e la cannella, ponendo gli stessi in una padella antiaderente a fuoco vivace. Quando lo zucchero comincia a fondere, alzare la fiamma per fare rapprendere, facendo molta attenzione a non scottarsi. Adagiare nella padella anche le mezze mele, e farle imbiondire con il caramello poi, una ad una riporle sulla pasta e ricoprire con il caramello fuso. Infornare per una ventina di minuti circa. Lasciare raffreddare, in modo che il caramello si rapprenda, prima di consumare.

giovedì 10 ottobre 2013

I sussurri dell'autunno.

Come spiegare? Quella tregua sottile che mi ha distolto da qui, quel morbido e incessante fluttuare di emozioni dormicchianti della mia anima alleggerita. E un andirivieni di pensieri tra un dovrei  e un c’è tempo.

Intanto la vita, cangiante sfumatura in movimento. Come il cielo che corre veloce contro la terra pigra, con quei suoi colori che amo così tanto: i rossi e i bruciati, i sabbia e i marroni, i grigio-azzurri, i neri-blu. Una sconfinata mescolanza di toni, ciascuno mai uguale ad un altro, in un altro giorno, in un altro istante.

E’ un tempo che già mormora di giornate brumose, di tazze fumanti e soffici torte, di stivali di gomma colorati e morbidi calzettoni di lana dai colori assortiti. E’ tempo di cartocci di caldarroste all’angolo della via vecchia. Di un nuovo cappotto antipioggia per Princess P., di un corso di Yoga da gustare come un dono che faccio a me stessa. Perché è un periodo difficile, ma lo sto affrontando bene.

Mentre mi vesto di strati di lana e saluto l’autunno, la pioggia sfarfalla contro il vetro appannato delle mia finestra e dentro sento una canzone giovane. Ed è strano, perché io l’autunno non l’associo alla giovinezza, ma alla maturità, al raccoglimento. A quella parte della vita in cui puoi sedere composta e attendi paziente che ti venga permesso di entrare. 

Quello che sento è un canto profondo, che rimbalza nel petto e quasi mi verrebbe da dargli voce, se non fosse che mi trovo nei posti meno opportuni. Prende forza piano piano, spinge in gola, esce dagli occhi, fa un giro su se stesso e mi si deposita in testa. 

E' un canto insolito e impetuoso, come un vento che porta cambiamenti. E io mi ritrovo a voler andare fuori, anche se piove, a respirare l’aria umida della sera di un giovedì qualunque del mio nuovo tempo. 

A raccogliere dalle fronde degli alberi i sussurri dolci dell’autunno.


Pere al forno con provola dolce e prosciutto cotto
 

Cosa serve per due:
2 pere abate di dimensioni piuttosto grandi e mediamente mature
6-8 fette di provola dolce dello spessore di mezzo cm l'una
6-8 fette di prosciutto cotto naturale o alla brace, tagliato a coltello e abbastanza spesse.
Pepe nero in grani da macinare al momento

Ricetta estremamente semplice ma di grande effetto, tutta giocata sulla qualità degli ingredienti e sul gioco dei contrasti di sapori. Portare il forno ad una temperatura di circa 170 gradi, lavare le pere ed asciugarle bene, sezionarle orizzontalmente e comporre gli strati alternando prosciutto e provola. Sulle fette di provola macinare un po' di pepe.  Fissare la composizione con uno spiedo di legno che poi si toglierà al momento di servire. Infornare e lasciare andare fino a che la pera non sarà morbida ma non sfatta,  la provola comincerà a fondersi e il prosciutto cotto a fare la crosticina. 
N.B. E' un piatto anche divertente, e realizzabile pure in una versione finger food, (già sperimentata) mantenendo la composizione a strati e la cottura al forno, ma ricavando dei quadrotti più piccoli dei tre ingredienti da fissare con uno stecchino che ovviamente servirà come supporto.